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SGOMBERI DOLCI

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SGOMBERI DOLCI

Lo sgombero dolce, come se potesse esistere, è un’invenzione torinese presa come modello da altre amministrazioni in giro per l’Italia. È un tassello emblematico di quella “guerra ai poveri” portata avanti in molte città, spesso in sintonia con le politiche nazionali, non solo dell’ultimo governo.Questa è la storia di una guerra lunga 15 anni contro una parte della popolazione interna, scritta dall’autrice a partire dalle lotte dal basso, condotte insieme ad alcuni abitanti dei “campi” di Torino, che sono stati sistematicamente sgomberati.La violenza che colpisce le persone che vivono in campi, baraccopoli e occupazioni abitative è strutturale: agisce su tutti i livelli dell’esistenza ed è esercitata dalla società nel suo complesso. Ne sono parte attiva le istituzioni, le Forze dell’Ordine, ma anche associazioni e cooperative del cosiddetto Terzo Settore, fondazioni bancarie e, naturalmente, la cittadinanza.Chi vive in questi luoghi è considerato una sorta di “umanità in eccesso”: persone più o meno etnicizzate, senza un reddito sufficiente o i documenti necessari per accedere al mercato degli affitti. Sono famiglie che vivono ai margini, ma che proprio in quei luoghi costruiscono relazioni, reti sociali, un posto da chiamare casa.È qui che interviene lo sgombero, sempre un atto violento e militare, anche quando viene giustificato da chi lo esegue come un gesto umanitario. Spesso è raccontato dai media come un’azione fatta per il presunto bene di chi lo subisce. Ma la realtà è che le persone si ritrovano ancora una volta senza casa, dopo aver perso tutto, sradicate dai propri affetti e dal proprio territorio. Famiglie devastate, nuovamente sole, senza niente.Questa, però, è anche una storia di resistenza: di chi non si arrende a subire passivamente. Una storia in cui, attraverso la lotta, si riscoprono la gioia, la complicità e la solidarietà.
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Lo sgombero dolce, come se potesse esistere, è un’invenzione torinese presa come modello da altre amministrazioni in giro per l’Italia. È un tassello emblematico di quella “guerra ai poveri” portata avanti in molte città, spesso in sintonia con le politiche nazionali, non solo dell’ultimo governo.Questa è la storia di una guerra lunga 15 anni contro una parte della popolazione interna, scritta dall’autrice a partire dalle lotte dal basso, condotte insieme ad alcuni abitanti dei “campi” di Torino, che sono stati sistematicamente sgomberati.La violenza che colpisce le persone che vivono in campi, baraccopoli e occupazioni abitative è strutturale: agisce su tutti i livelli dell’esistenza ed è esercitata dalla società nel suo complesso. Ne sono parte attiva le istituzioni, le Forze dell’Ordine, ma anche associazioni e cooperative del cosiddetto Terzo Settore, fondazioni bancarie e, naturalmente, la cittadinanza.Chi vive in questi luoghi è considerato una sorta di “umanità in eccesso”: persone più o meno etnicizzate, senza un reddito sufficiente o i documenti necessari per accedere al mercato degli affitti. Sono famiglie che vivono ai margini, ma che proprio in quei luoghi costruiscono relazioni, reti sociali, un posto da chiamare casa.È qui che interviene lo sgombero, sempre un atto violento e militare, anche quando viene giustificato da chi lo esegue come un gesto umanitario. Spesso è raccontato dai media come un’azione fatta per il presunto bene di chi lo subisce. Ma la realtà è che le persone si ritrovano ancora una volta senza casa, dopo aver perso tutto, sradicate dai propri affetti e dal proprio territorio. Famiglie devastate, nuovamente sole, senza niente.Questa, però, è anche una storia di resistenza: di chi non si arrende a subire passivamente. Una storia in cui, attraverso la lotta, si riscoprono la gioia, la complicità e la solidarietà.